Le vendite Tod’s salgono del 13,5%

da Il sole 24 Ore del 26.01.2012

Se continua a correre ai ritmi tenuti nello scorso anno, nel 2012 il Gruppo Tod’s potrebbe entrare nella ristretta cerchia di aziende italiane del lusso con fatturato superiore al miliardo di euro. Nel 2011 i ricavi del gruppo fondato da Diego Della Valle hanno sfiorato i 900 milioni (893,7 per la precisione), in crescita del 13,5% sul 2010, che si era chiuso a 787,5 milioni (+10,4% sul 2009). Pochissima la differenza considerando il fattore valutario: a cambi costanti, utilizzando cioè gli stessi cambi medi dell’esercizio 2010, i ricavi si attesterebbero a 894,5 milioni, con un incremento del 13,6% sul 2010.

Tra i marchi in portafoglio, le performance migliori sono state quelle di Tod’s (ricavi in crescita del 19,8% a 487,6 milioni) e di Roger Vivier, il brand di calzature e accessori del gruppo con il posizionamento più alto, che ha chiuso il 2011 con un fatturato balzato da 21,7 a 36,5 milioni (+67,9%). Roger Vivier ha presentato a Parigi lunedì, nella prima giornata di sfilate di alta moda, la mini collezione pensata proprio per l’haute couture e il direttore creativo Bruno Frisoni ha spiegato che questa “nicchia nella nicchia” (i prezzi sono altissimi perché si tratta di calzature e accessori interamente fatti a mano e con materiali pregiatissimi) sta incontrando «lo stesso successo della linea considerata prêt-à-porter».

Hogan resta il secondo marchio del gruppo quanto a ricavi (280,9 milioni), ma è cresciuto “solo” del 4,7%, una performance influenzata dalla difficile situazione del mercato italiano, che ancora assorbe la parte più rilevante delle vendite di Hogan. Nel 2011 il marchio con l’anima più sportiva del gruppo ha avviato un ambizioso piano di espansione internazionale, con particolare focus sui mercati asiatici, che offrono un forte potenziale di crescita.

Anche Fay è molto legato all’Italia e anche in questo caso il fatturato 2011 (87,8 milioni) ne ha risentito, con un calo del 2%, legato in parte alla selezione effettuata sulla distribuzione wholesale, mirata a rendere il marchio più esclusivo, fattore importante in vista della crescita all’estero, su cui si concentreranno, come per Hogan, gli investimenti 2012. Quanto alle aree geografiche, è stata proprio l’Asia, insieme agli Stati Uniti, a correre di più. In Usa i ricavi del Gruppo Tod’s sono passati da 53,4 a 62,4 milioni (+17%, che salirebbe a +21,4% a cambi costanti). Nell’area “Asia e resto del mondo” i ricavi sono arrivati a 199,9 (+38,1%) con risultati particolarmente brillanti in Cina e a Hong Kong.

«I risultati di vendita dell’esercizio 2011 confermano la forza del nostro gruppo, che ha registrato una solida crescita a doppia cifra anche in un contesto particolarmente impegnativo – ha commentato Diego Della Valle, presidente e amministratore delegato –. I clienti confermano la loro fedeltà ai nostri prodotti, sempre più ricercati per la loro altissima qualità ed iconicità senza tempo».

Difficile, come accade spesso di questi tempi, decifrare la reazione della Borsa: ieri il titolo Tod’s ha chiuso a -4,73%.

 

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Santoni, grandi passi verso la Cina

da “Repubblica” del 24/01/2012

Venti boutique monomarca in Cina entro il 2016, tutte in posizioni strategiche, ma anche in location d’immagine: questi i piani di espansione di Santoni nell’ex celeste impero. L’azienda calzaturiera, intanto, si prepara a inaugurare a marzo di quest’anno il suo quarto store cinese a Shanghai, preceduto nell’ordine, da un negozio a Pechino, inaugurato a marzo del 2011, uno a Guangzhou e il terzo a Dong Guan. La tabella di marcia del brand prevede, sempre nel 2012, anche due nuove insegne di cui una seconda a Pechino. Il tutto però evitando mosse affrettate.

«Entrare in Cina a gamba tesa non ci interessa; preferiamo una penetrazione graduale creando inizialmente un solido e articolato circuito di monomarca per poi accedere, quando i tempi saranno maturi nel paese, alla distribuzione nei negozi multibrand, in linea con la strategia applicata a tutti i mercati che decidiamo di presidiare», spiega Giuseppe Santoni, amministratore delegato dell’azienda di famiglia che dal 1975 crea e produce scarpe in volumi industriali ma con criteri artigianali. «La Cina in questo momento è ricca di opportunità commerciali perché è un continente molto vasto dove i più abbienti apprezzano e chiedono la qualità, ma per noi non è il bengodi e quindi non intendiamo bruciare le tappe», tiene a precisare l’imprenditore.

Santoni oggi esporta principalmente in Europa e negli Stati Uniti, un mercato in cui, a differenza di altri concorrenti italiani, l’azienda ha messo salde radici in tempi non sospetti e dove oggi annovera una filiale nel New Jersey. «Vede, nell’evoluzione del nostro business il processo di internazionalizzazione è iniziato quando è nata la società, negli anni Settanta; oggi l’export assorbe il 30 per cento del nostro fatturato mentre è solo 10 anni fa che abbiamo intrapreso lo sviluppo nel mercato domestico, ossia in Italia, dove a oggi possiamo contare su 5 boutique monomarca, tutte dirette, sparse fra Milano, Roma, Torino, Capri e il Resort di lusso Forte Village in Sardegna, accanto a una piattaforma produttiva articolata in 4 siti produttivi tutti vicini e situati a Corridonia (Macerata) nel cuore del distretto fermano».

Una strategia che a quanto pare finora ha premiato i conti dell’azienda: nel 2011 il bilancio di Santoni ha registrato un’impennata del 23 per cento circa a fronte dell’esercizio precedente, tagliando il traguardo dei 51 milioni di euro di giro d’affari complessivo. «Sicuramente a questi risultati hanno contribuito le vendite della nostra linea casual maschile Santoni Club coerente con la svolta informale dell’abbigliamento maschile delle ultime stagioni e che, insieme alla Rose Collection, dedicata alla clientela femminile, ha avuto un impatto molto positivo sul nostro fatturato». Niente male per una società votata alla creazione di “pezzi unici”: scarpe realizzate con perizia da 400 esperti artigiani abituati a lavorare in vari piccoli gruppi negli stabilimenti ecosostenibili di Corridonia. Sono contraddistinte da lavorazioni inusuali ispirate alla tradizione rinascimentale e alcune richiedono fino a 28 ore di manodopera. Come le classiche scarpe Goodyear rivisitate o i modelli “anticati” che nascono dalla stessa tecnica di tintura usata dai pittori.

Un patrimonio destinato a essere perpetuato dalle nuove generazioni grazie alla scuola che l’azienda ha creato al suo interno, aprendola anche agli studenti degli istituti d’arte locali. Perché, come ama ripetere Giuseppe Santoni, «l’artigiano è un po’ come l’artista che usa la mano, la testa e il cuore».

 

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Il Messico può fare da trampolino per conquistare gli Stati Uniti

da “Il Sole 24 ore” del 23/01/2012

«L’Italia è il primo produttore mondiale di calzature. Ma le scarpe italiane stanno perdendo quote di mercato negli Stati Uniti, dove pagano dazi all’importazione anche del 48%. Sul mercato americano, i dazi per l’import dal Messico sono a zero. E l’industria messicana, che è il decimo produttore calzaturiero mondiale, ha l’expertise e le capacità per realizzare partnership con quella italiana».

Bruno Ferrari, 50 anni, segretario dell’Economia del Messico (l’equivalente del nostro ministro dello Sviluppo), ha una lunga esperienza nel settore privato e va subito al dunque nel proporre quello che pensa possa interessare alle imprese italiane, nell’anno in cui, tra l’altro, la presidenza messicana del G-20 metterà in vetrina il Paese nei confronti delle altre economie mondiali più importanti.

Ferrari ha il vantaggio, pur essendo nato a Città del Messico, di essere di padre italiano (i suoi genitori, il padre ginnasta, la madre messicana, nuotatrice, si sono incontrati attraverso lo sport) e di parlare perfettamente la nostra lingua. Un vantaggio che cercherà certamente di sfruttare oggi, alla Camera di commercio di Milano, in un seminario con una platea di imprenditori. Dove alcune imprese italiane che in Messico ci sono già (Tenaris, Enel Green Power, Pirelli, Mossi Ghisolfi) descriveranno le proprie esperienze. Domani, Ferrari sarà a Roma per incontrare i ministri degli Esteri, Giulio Terzi, e dello Sviluppo, Corrado Passera. Vedrà anche la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Con Passera verrà anche firmato un accordo per la collaborazione fra le piccole e medie imprese, sulle quali il Messico punta molto, dopo aver attirato nel Paese gli investimenti di gruppi italiani di maggiori dimensioni.

«Italia e Messico hanno economie che si basano molto sulle piccole e medie imprese – afferma Ferrari in un’intervista al Sole 24 Ore -. I due Paesi devono scoprirsi a vicenda».

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Dall’Anci promozione diretta del calzaturiero made in Italy

Un 2011 da record: aumento a doppia cifra su tutti i primi cinque mercati d’esportazione, mentre accelera l’innovazione di prodotto

da “Il Sole 24 Ore” del 23 Gennaio 2012

Cleto Sagripanti - presidente Anci

L’anno scorso, nel tira e molla sul destino dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero prima soppresso, ora ricostituito per effetto della manovra di stabilizzazione dei conti pubblici, gli industriali delle calzature erano stati in prima linea nel contrastare l’ipotesi di abolizione e nel reclamare la presenza di un ente forte, anche sul piano istituzionale, al fianco delle imprese vocate all’internazionalizzazione.
I calzaturieri, del resto, vivono di export e anche nel 2011, a conferma di un pieno recupero rispetto alla crisi del biennio 2008-09, hanno fatto segnare incrementi a doppia cifra in tutti e cinque i principali mercati di destinazione dei loro prodotti, tra cui la Russia (più 21,6% da settembre 2010 al corrispondente mese dell’anno scorso).
Non stupisce, dunque, il fatto che, esaurita la fase degli appelli, preso atto della fase di incertezza derivante dallo stop all’Ice, i calzaturieri abbiano preso il coraggio a due mani e, in vista dell’appuntamento moscovita di Consumexpo – una rassegna internazionale di beni di consumo che rappresenta già da parecchi anni un’importante vetrina per il business tricolore – abbiano deciso di promuovere in proprio l’organizzazione del padiglione italiano, con la collaborazione di Bologna fiere.

L’evento ha avuto luogo nella capitale russa la settimana scorsa e si è chiuso venerdì 20 con un notevole successo sia di partecipazione (oltre 50 i calzaturifici italiani presenti, su una superficie espositiva di oltre 1.100 metri quadrati) sia, stando alle prime indicazioni di mercato, in termini di ordinativi (le aziende hanno presentato le collezioni primavera-estate 2012 e, contemporaneamente, le anticipazioni sui modelli per il prossimo autunno-inverno).

«È stato uno sforzo considerevole, che non potremmo certamente ripetere all’infinito», mette le mani avanti Cleto Sagripanti, presidente dell’Anci. «D’altra parte – spiega – non potevamo rinunciare alla promozione dei nostri marchi, proprio noi che mettiamo da sempre questi aspetti al centro della nostra azione. Mesi fa, in attesa di indicazioni chiare sul futuro dell’Ice, abbiamo esaminato in prospettiva l’avvicinarsi del Consumexpo di Mosca e abbiamo deciso che non potevamo lasciare sole le numerose aziende interessate. È chiaro che è stato un impegno di carattere sperimentale: ora confidiamo che, dopo la prima vittoria ottenuta con il ripristino dell’Ice, già dalla prossima edizione di Cunsumexpo, nel gennaio 2013, l’Istituto possa tornare a pieno regime a gestire le attività promozionali a sostegno delle nostre imprese».

In realtà il problema si pone anche nell’immediato, visto che il calendario delle fiere nell’anno in corso, per una categoria vocata all’export come quella dei calzaturieri, conta almeno 15-20 appuntamenti da non perdere. Febbraio ha in agenda tre fiere importanti in Oriente, dedicate nello specifico alle collezioni autunno-inverno di fascia alta: a inizio mese l’Anci sarà a Tokyo, il 20 e 21 a Pechino e il 23 e 24 ad Hong Kong. «La qualità delle nostre calzature – spiega Sagripanti – contribuisce a far crescere in maniera rilevante il valore delle esportazioni italiane, anche in considerazione dell’aumento del potere d’acquisto dei consumatori asiatici, soprattutto cinesi». E poco oltre nel calendario, ancora una volta nella Federazione russa, sono previste altre quattro rassegne specializzate, tra cui una, la moscovita Obuv’ Mir Kozhi, è un brand creato proprio dall’Anci.

La macchina organizzativa e promozionale, insomma, va a pieni giri, sulle ali di un consuntivo 2011 che parla di una crescita complessiva dell’export poco sopra il 10% (era il 14% nella trimestrale chiusa al 30 settembre). «L’anno scorso è stato ottimo – commenta Sagripanti – ma sarà difficile ripetere questi risultati. Già verso fine anno abbiamo dovuto registrare segnali di rallentamento e il futuro si presenta carico di incognite. Noi, ovviamente, faremo la nostra parte, ma ora quello che serve davvero è un quadro di certezze».

Prudenza più che giustificata dallo scenario macroeconomico e finanziario, ma che non toglie il sorriso all’imprenditore maceratese (40 anni, amministratore delegato di un’azienda, la Manas, da 35 milioni di ricavi annui con 110 dipendenti) che solo dall’anno scorso ha assunto il vertice dell’associazione nazionale dei calzaturieri. Il 2011 si è chiuso per la categoria con un en plein di segni positivi, con il valore della produzione che ha sfondato il tetto dei 7 miliardi e un saldo commerciale attivo per oltre 3,2 miliardi, in crescita del 10,9% rispetto al 2010. «Risultati significativi – spiega Sagripanti – perché derivano dai diversi campi dell’innovazione di impresa, di processo e di prodotto. Il nostro settore sta, oggi, affrontando una sorta di piccola rivoluzione: i macchinari pensati per i grandi numeri e per le produzioni di massa lasciano spazio a linee più snelle, ma capaci di adattarsi meglio a una domanda sempre più variabile. Anche per questo sarebbe importante qualche forma di vantaggio fiscale per gli investimenti in campionario e innovazione di prodotto».

Calendario delle fiere Anci nella prima parte del 2012

1-3 febbraio  FFANY  New York – Usa
31 gennaio – 2 febbraio  Shoes From Italy  Tokyo – Giappone
20-21 febbraio  Shoes From Italy   Pechino – Cina
23-24 febbraio  Shoes From Italy   Hong Kong – Cina
20-23 marzo  Obuv’ Mir Kozhi   Mosca – Russia
1-3 aprile  Moda Made In Italy – MOC  Monaco – Germania
24-26 aprile  Shoes From Italy  Mosca – Russia
11-13 aprile  Mostra della calzatura italiana  Almaty – Kazakistan
19-20 aprile  Mostra della calzatura italiana  Kiev – Ucraina
24-26 aprile  Shoes From Italy  Mosca – Russia

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Sexiest Shoes 2011

Valentino - la scarpa più sexy del mondo

È lei la scarpa più sensuale del mondo. La meravigliosa décollété peep-toe di Valentino, impreziosita da pizzo nero, che vedete nella foto è stata decretata come la calzatura femminile più sexy del mondo, sbaragliando la concorrenza di sovrani della scarpa come Louboutin e Jimmy Choo. Trattasi di uno speciale concorso, dal titolo Sexiest Shoes e organizzato da Footwear News e da Saks Fifth Avenue, ha chiamato al web-voto ben 35mila utenti. Si è svolto dal 26 settembre al 21 ottobre, decretando una top 25 dai nomi altisonanti e ricca di modelli che catalizzano l’attenzione dei feticisti dell’accessorio per ore. Esempio? I già citati Jimmy Choo e Christian Louboutin, Prada, Manolo Blahnik, Dior, Givenchy, Gucci, Oscar de la Renta e Stuart Weitzman.

Jimmy Choo - al secondo posto

Il secondo posto è andato ad un eccentrico paio di sandali Jimmy Choo, tutti impreziositi da cristalli Swarovski, mentre il terzo gradino del podio è

Prada - #3

occupato da un paio di stivali Prada. Quarta posizione, invece, per una scarpa griffata Chrissie Morris. L’Italia furoreggia e la Francia di Louboutin, dopo anni di egemonia, non riesce ad aggiudicarsi nemmeno la medaglia di legno. Quel dommage.

[Anna Castiglioni - FashionBlog]

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Shopping natalizio: a picco abbigliamento e calzature

Come poteva essere prevedibile, la crisi economica e la predilezione per altri regali hanno penalizzato ulteriormente il comparto.

I dettagli in questo articolo apparso su Repubblica

La Repubblica – i dati dello shopping natalizio

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Gli accessori diventano globali

Se si potesse usare una metafora metereologica per raccontare la situazione del mondo delle calzature e della pelletteria made in Italy suonerebbe così: clima instabile. La prima parte del 2011 ha in effetti regalato più di qualche soddisfazione alle aziende italiane del settore degli accessori lasciando ben sperare in un ritorno alle performance pre-crisi. Ma questo è stato vero soltanto per quelle imprese che hanno scelto in tempi non sospetti di investire nelle esportazioni, che difatti sono l’unico volano di crescita del settore. Nei primi cinque mesi dell’anno l’export di calzature italiane ha infatti segnato un +17% in valore e +9,7% in quantità, per un totale di circa 3 miliardi di euro e 108 milioni di paia, riportando la situazione ai livelli del 2008. Ancora più decisivo l’apporto delle esportazioni nei conti della pelletteria. Nello stesso periodo le vendite fuori dai confini nazionali di borse e prodotti di pelletteria sono cresciute del 28% a 1,6 miliardi di euro. Discorso totalmente differente per il mercato italiano che si mantiene piuttosto fermo nei consumi, e con poche possibilità di innescare quella ripresa tanto agognata. Il bacino domestico segna +0,2% in termini di spesa per le calzature mentre la pelletteria si attesta a un +1,2%. E il mix tra la manovra di austerity varata dal governo e l’aumento di un punto percentuale dell’Iva non fa che gettare una serie di preoccupazioni nel settore, alle quali si aggiungono i timori di fronte ai rincari di alcuni tipi di pellami.

Estero, estero e ancora estero. Le vendite fuori dai confini nazionali sono sempre state un punto di forza dell’intero mondo degli accessori, ma ora il loro peso è diventato sempre più determinante. E le bandierine che delimitano le frontiere si sono spostate sempre più lontano. Prima l’Europa, poi gli Stati Uniti, ora le regioni asiatiche con giganti come Cina e India ma anche Brasile, che fanno la differenza nelle voci di bilancio delle aziende. “L’Italia e l’Europa sono stabili e al momento non fanno sperare in crescite di ordini. Per parlare di ripresa bisogna gettare uno sguardo fuori dai confini nazionali”, ha spiegato Monica Ricci, Direttore Marketing di A & G Calzaturificio, che produce e distribuisce i marchi Janet & Janet e Janet Sport. Sulla stessa linea d’onda Alessandro Pazzaglia, direttore commerciale di Rucoline che ha aggiunto: “l’export per noi rappresenta una percentuale importante, il 65%. E stiamo continuando a puntare sui nuovi mercati, come la Cina e in generale l’Asia come Hong Kong, Taiwan piuttosto che Corea. Il motivo? Sono queste aree, insieme al Giappone che è il nostro mercato storico, a regalarci importanti soddisfazioni al momento”. “Certo, la Cina è il nuovo Eldorado – ha aggiunto Giacomo Ronzoni, titolare del marchio Tosca Blu – ma il problema è sempre quello: bisogna arrivarci. Il che significa avere a disposizione risorse economiche adeguate perché si tratta di investimenti onerosi e aver raggiunto un ottimo livello di conoscenza di usi e costumi del Paese dal momento che parliamo di culture radicalmente diverse dalla nostra”. Attenzione però a non perdere la bussola, ammonisce Enrico Bracalente, amministratore unico di Nero Giardini. “I Paesi emergenti sono di sicuro una meta imprescindibile per le aziende italiane, ma non dobbiamo dimenticarci che a fare la differenza in termini di ordini sono i mercati maturi, quelli occidentali che comunque sia poggiano su benessere e ricchezza. Germania in primis, che rimane una dei bacini principali delle esportazioni italiane”, ha precisato. Una posizione che trova conferma nei dati elaborati da Anci secondo cui al mercato dell’Unione Europea sono destinate tre calzature su quattro vendute all’estero. “Certo – ha aggiunto Bracalente – vendere nei paesi occidentali è sempre più difficile per via della concorrenza e della smisurata offerta di prodotti, ma poter contare – come noi – su una distribuzione nelle principali capitali della moda come Milano, Parigi e New York è di un punto di importanza strategica”.

Il futuro si chiama monobrand

La crisi che ha colpito il mondo della moda ha impresso un’accelerata a molti cambiamenti che erano già in atto. Export a parte, l’altro capitolo è quello della distribuzione. Per capire quel che sta accadendo basta aprire una parentesi sul mondo dell’abbigliamento. Un tempo – non più di una decina d’anni fa – a fare la parte del leone c’erano le boutique multibrand che, segmentate per fascia (lusso, medio-alto o popolare), erano il luogo d’elezione degli acquisti sia nelle città che nelle province. Ma questo, ora sembra preistoria, perché l’arrivo delle grandi catene di abbigliamento straniere (H&M e Zara in primis) ha rivoluzionato il modo di acquistare e ha obbligato i diversi marchi italiani ad aggredire il mercato con monomarca. Spazi dove il cliente trova l’intero mondo di quel brand, abbandonandosi alla sensazione di lasciarsi guidare dalla varietà della collezione. Accadrà anche alle calzature e alla pelletteria? Impossibile affermarlo con assoluta certezza, ma ci sono molti segnali inequivocabili che portano in questa direzione. In linea generale, chi si affida a una rete di vendita composta sia da negozi multimarca che da monomarca, generalmente continua a registrare una crescita dei ricavi su questo secondo canale a fronte di un arresto o comunque di un rallentamento del primo. E per aver la conferma basta guardare i dati diffusi dalle aziende quotate nel settore calzature e pelletteria, da Geox a Piquadro. Ma non sono certo le uniche. Carpisa, per esempio ha fatto fin da subito una scelta precisa: nessun multibrand ma lo sviluppo di una rete capillare di monomarca in franchising in Italia, che si sta ampliando anche all’estero. E Nero Giardini, da tre anni a questa parte ha aperto senza sosta punti vendita diretti, pur mantenendo la distribuzione anche nei multibrand. “L’azienda e il marchio che vuole crescere deve controllare direttamente la distribuzione anche perché, solo in questo modo può avere un feedback diretto con il cliente e comprendere subito quali sono i modelli più richiesti e per quali invece non c’è mercato”, ha spiegato Bracalente. “La globalizzazione e la crisi stanno apportando cambiamenti epocali – ha aggiunto l’imprenditore – e così il piccolo negoziante si trova in difficoltà, è il mercato stesso che lo sta tagliando fuori”. A questo si aggiunge la tendenza di molti multibrand a non affrontare le trasformazioni anche di gusto dei clienti, che esigono una presentazione più accattivante dei prodotti. “Le collezioni non vengono valorizzate e il consumatore fa fatica a trovare quel che desidera – ha precisato Monica Ricci. Diverso invece il discorso del concept store che invece, proprio per la capacità di incuriosire il cliente, sta andando molto meglio”. Secondo Alessandro Pazzaglia la chiave vincente è il mix dei canali di vendita: “noi abbiamo una distribuzione molto differenziata ed equilibrata. Puntiamo tanto sul retail, sia in Italia sia all’estero e devo dire che i segnali di ripresa vengono da entrambi”. Insomma, se è vero che le vie centrali delle città saranno sempre più negozi diretti dei diversi marchi di calzature e pelletteria (chi non ha ancora fatto il grande passo ci sta concretamente ragionando), non è ancora giunto il momento di suonare il requiem dei multibrand perché è proprio la conformazione dell’Italia, con una moltitudine di piccoli centri, a rendere frammentata la distribuzione e a determinarne l’esistenza.

Pelle, tessuti e…

Il retail è solo una dei volti delle trasformazioni con cui devono fare i conti gli imprenditori. L’altro problema è quello dei rincari, comuni a tutti i comparti manifatturieri italiani. Rincari energetici inizialmente, ma sempre più anche delle materie prime, i pellami ad esempio, sono cresciuti di oltre il 20% (soprattutto i vitelli, meno la pelle di rettile e il coccodrillo) e per fortuna che per il momento la situazione sembra aver trovato una certa stabilità. Come spesso accade in questi casi è difficile addurre una spiegazione univoca la fenomeno, anche se parte dei rincari sono legati ai crescenti acquisti di grezzo in Cina. “A questo si aggiunge una minore macellazione di animali e l’assorbimento della produzione di pelli del mercato sudamericano da parte del nordamerica – ha spiegato Giacomo Ronzoni – insomma siamo davanti a una situazione complessa. Ma, come al solito, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo subito studiato delle alternative. Per esempio ci siamo orientati verso pellami africani, meno costosi. In altri casi invece abbiamo mixato la pelle insieme al tessuto in modo da non andare a ritoccare troppo i prezzi, ai quali i consumatori ormai prestano molta attenzione”, Strategia simile anche per Janet & Janet. “Il problema della pelle tocca in particolar modo i modelli invernali, in misura inferiore l’estate – ha precisato Monica Ricci – quel che abbiamo fatto è stato rimodulare l’abbinamento tra pellami e altri materiali”. C’è chi invece ha deciso non cambiare il prodotto, facendo assorbire gli aumenti di listino in parte dall’azienda in parte dal mercato. “Non abbiamo cambiato mix di prodotto perché per noi è fondamentale avere la calzatura in pelle tanto in estate, quanto in inverno – ha precisato Pazzaglia – e devo dire la verità: non c’è stato un cambiamento da parte della richiesta dei nostri clienti finali”. Sulla stessa linea d’onda Daniela Crocco, responsabile marketing di Carpisa: “All’interno delle nostre collezioni utilizziamo molti tipi di materiali per cui non è stato necessario cambiare il mix di prodotto, ma è vero che sempre di più il cliente chiede un giusto rapporto qualità prezzo è questa sarà sempre di più un punto di forza. Avere collezioni limitate – ha concluso – è sicuramente un punto di debolezza”.


fonte:  pambianconews.com

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Merry Christmas and a Happy New Year 2012

Buon Natale e Felice Anno Nuovo

Merry Christmas and Happy New Year

 

 

 

Resteremo chiusi solo i giorni 30 Dicembre e 5 Gennaio
We will be closed two days only:  December, 30th and January, 5th

 

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L’avanzata silenziosa dei cinesi

Il Sole 24 Ore – 23 agosto 2011

L’avanzata silenziosa dei cinesi

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Apre il MICAM all’insegna dell’export in crescita

In allegato, l’articolo de Il Sole 24 Ore del 18 Settembre 2010

Il Sole 24 Ore – 18 Settembre 2010

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