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Madic Staff
Nonostante il «no» secco dei paesi nordici la Commissione europea va avanti per la sua strada e propone di confermare le misure antidumping contro l'import di scarpe cinesi e vietnamite, già messe sul tavolo dei governi lo scorso primo agosto.
Non si è perso d'animo Peter Mandelson, il commissario britannico responsabile del Commercio, dopo la bocciatura quest''estate della sua proposta. Quattordici paesi (su 25), soprattutto il blocco del Nord Europa, compresa la sua Gran Bretagna, avevano rifiutato il pacchetto di misure volte a mantenere superdazi per frenare l''invasione di scarpe dalle tigri asiatiche, Cina e Vietnam. In nome del libero mercato e del rispetto delle regole del Wto, Belgio, Germania, Finlandia, Regno Unito, Olanda, Svezia, Lussemburgo, Cipro, Lettonia, Irlanda, Estonia e Repubblica Ceca, avevano buttato nel cestino l'idea dell''esecutivo europeo di mantenere i dazi instaurati nell'aprile scorso, 19,4% per la scarpe cinesi e 16,8% per le merci in provenienza del Vietnam.
Ma i dati sono agghiaccianti: senza super tasse sull'import, tra gennaio e aprile del 2005 erano stati venduti in Europa 161 milioni di paia di scarpe, contro 23,7 milioni nello stesso periodo del 2004 e un calo dei prezzi del 28%, pari ad un aumento dell'import dalla Cina del 320% e dal Vietnam del 700%. Cifre da allarme rosso.
Dopo un lungo negoziato, la Commissione aveva quindi instaurato il 7 aprile scorso un sistema di dazi progressivo che dal 4% saliva fino al 19,4% in ottobre. Ma solo per le scarpe in pelle a partire dalla misura 37,5 con esclusione quindi delle scarpe per bambini, quelle da lavoro e le scarpe sportive che, secondo Mandelson «non subiscono danni, visto che la produzione avviene ormai quasi interamente fuori dall'Europa». Nella proposta attuale il dazi sarebbero fermi al 16,5% per le scarpe cinesi e al 10% per quelle vietnamite. Ma verrebbero incluse questa volta anche le scarpe per bambine (non quelle sportive), visto che la Commissione ha riscontrato in questi mesi notevoli frodi, con calzature per donna (la cui misura spesso non supera il numero 37) vendute con etichette per bambini.
Lo scopo dell'esecutivo europeo è semplice : spostare lo scontro al Consiglio, dove entro settembre i governi devono decidere. Altrimenti il 6 ottobre scadrà l'attuale sistema di dazi provvisorio, andando verso il libero mercato. Francia, Italia e Spagna sono i capofila del sì.
L'Associazione dei calzaturieri europei aveva chiesto dazi di granlunga superiori (fino al 30%), dal momento che già Pechino applica dazi pari al 18,5%. Ma visto il blocco del Nord i paesi produttori hanno accettato il compromesso della Commissione. Che ora rischia di non passare, se entro un mese non si riesce a scalfire il fronte del no. L'Italia, con il ministro responsabile Emma Bonino, sta lavorando per trovare almeno due paesi disposti ad abbracciare le tesi dei paesi produttori (potrebbero essere Cipro e un paese baltico) e riuscire così a far passare il testo della Commissione.
Altrimenti, dicono a Palazzo Berliaymont, sede della Ce, si arriverà a uno scontro frontale di fronte alla Corte di Giustizia europea. C''è un precedente: nel ''98 alcune imprese produttrici di cotone denunciarono Tunisia, Marocco e Turchia di non rispettare gli accordi europei. I giudici di Lussemburgo diedero loro ragione imponendo dazi sul cotone.
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