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Madic Staff
Il gigante della contraffazione si muove e mette a punto la sua offensiva ai dazi antidumping imposti dall’Ue. L’industria calzaturiera cinese si sta attrezzando per aggredire tutti i mercati possibili nel tentativo di sbarrare la strada agli europei. Uno scacco matto in tre mosse: sviluppo immediato dell’ìmmenso mercato interno; invasione strategica di nuove aree (Asia sudorientale, Sudamerica, Oceania); creazione repentina di nuovi stabilimenti in Russia, Nigeria e anche in alcuni paesi dell’Ue. Il tutto spacciato per una sorta di regolarizzazione della produzione che punterebbe alla qualità più che alla quantità. I dazi antidumping dell’Ue, entrati in vigore venerdì scorso prevedono che gli importatori europei paghino una tariffa del 16,5% sulle calzature in pelle realizzate a mano in Cina e del 10% per quelle prodotte in Vietnam. Le scarpe per bambini, che non erano coinvolte dalle misure provvisorie introdotte il 7 aprile scorso, sono ora soggette ai dazi definitivi. Secondo dati Ue, la Repubblica Popolare Cinese ha esportato 1,25 mld di paia di scarpe in Europa nel 2005: quota che, secondo alcuni operatori industriali, potrebbe calare del 10% dopo l’introduzione delle imposte. «Non siamo sorpresi delle imposte anti-dumping - ha commentato Xu Hongzhen, vicedirettore generale della Jierda shoe making company di Wenzhou- dopotutto, non è la prima volta». Lo scorso aprile, ha ricordato il manager, l’Ue ha imposto per sei mesi tariffe del 19,4% sulle scarpe di pelle cinesi e del 16,8% su quelle vietnamite. «Da allora - ha aggiunto Xu- sapevo che una tassa punitiva a lungo termine sarebbe arrivata, anche se per l’Unione europea è estremamente avventato agire in questa maniera». Importante sito calzaturiero sulla costa cinese, Wenzhou (provincia dello Zhejiang, circa 400 km a sud di Shanghai) conta circa 4mila produttori di calzature, che impiegano circa 400mila operai, per una produzione annua di 600 mln di paia di scarpe. L’anno scorso Wenzhou ha esportato 438 mln di paia, per un valore di 1,58 mld di dollari Usa: di queste, un terzo è finito nell’Unione Europea. Le scarpe in pelle di Wenzhou contano per circa un quarto dell’export cinese verso l’Ue. Le statistiche doganali, però, indicano che in giugno e luglio l’export di scarpe da Wenzhou è diminuito del 17,7% rispetto all’inizio dell’anno. «Nel contesto di mercato attuale, fortemente globalizzato, i dazi antidumping del 16,5% non solo -continua Xu- trascineranno verso il basso i produttori cinesi in mezzo a una feroce competizione, ma renderanno anche difficile la sopravvivenza per le nostre piccole e medie imprese». In più, secondo Xu, le misure andrebbero in senso contrario rispetto alla politica favorevole al libero commercio della Commissione europea e non salveranno, a suo parere, l’industria calzaturiera europea dal declino.
«Un antico detto cinese -aggiunge Zhou Yahoua, vicepresidente della Dongyi shoe making company, anch’essa di Wenzhou- dice che se le smuovi le pietre ti possono rotolare sui piedi. Anche se le misure antidumping sono un colpo per le industrie calzaturiere cinesi, i negozianti e i consumatori dell’Ue sono vittime delle decisioni dell’Unione». Per attenuare l’impatto delle tariffe antidumping europee, i produttori cinesi hanno spostato l’attenzione verso i nuovi mercati dell’Asia sudorientale, del Sudamerica e dell’Oceania, accelerando l''espansione del mercato domestico. Una mossa avviata fin da quando l’Ue iniziò l’inchiesta sul dumping, spiega Xu. Gli ordini dall’Ue sono diminuiti, ovviamente, dopo l’introduzione delle misure in aprile, ma il volume delle vendite all’estero finora è quasi uguale a quello dell’anno scorso, poichè, continua Xu, le vendite sui nuovi mercati sono cresciute rapidamente. Il gruppo Aokang, il secondo produttore di calzature del Paese, si concentra più sul mercato interno, per diversificare il rischio, dato che la concorrenza sui mercati esteri aumenta. Aokang prevede di investire un miliardo di yuan (126,58 mln di dollari) per costruire un grande impianto manifatturiero nella municipalità sudoccidentale di Chongqing. «Il basso costo del lavoro e il grande mercato della Cina occidentale - spiega il presidente di Aokang, Wang Zhentao - non possono essere ignorati dall’azienda nel suo sviluppo». In più, per bypassare le tariffe, le industrie calzaturiere cinesi hanno iniziato a costruire stabilimenti in Russia, Nigeria e anche in paesi membri dell’Ue.
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